James Ellroy una volta ha dichiarato che il suo romanzo “La dalia nera” lo ha dovuto scrivere. Già, proprio così, “dovuto”. Per sbarazzarsi di un incubo che lo ha terrorizzato da quando aveva dieci o dodici anni. Nella realtà, il caso della dalia nera è rimasto insoluto, ma Ellroy ha voluto scriverci su un romanzo in cui, per quel famoso caso di cronaca nera, ipotizza una soluzione. E’ stato attraverso la scrittura che Ellroy si è sbarazzato, o forse ha solo tentato di sbarazzarsene (ma il risultato non è poi così importante), di quell’incubo.
Ebbene, pur essendo il mio romanzo assolutamente diverso dagli hard-boiled del grande scrittore statunitense, per “ricominciare” a parlare del mio romanzo potrei dire la stessa cosa che Ellroy ha detto su “La dalia nera”: lo dovevo scrivere. Vengo e mi spiego.
Comincia da un incubo, “Sopravvissuti a una notte di ghiaccio”, da un incubo e da un fatto autobiografico (che all’epoca divenne pure fatto di cronaca, guadagnandosi un articolo su “La Sicilia” di cui ho un vago ricordo, il vago ricordo di un articolo scritto con i piedi!) e, credo, si sviluppa nello stesso modo del romanzo di Ellroy. Attorno a quell’incubo e a quell’episodio reali, lo scrittore costruisce una storia di fiction, una storia che in un certo modo ne rappresenta la conseguenza, la proiezione e, forse, la soluzione e la liberazione.
Qualcosa di analogo, fatemi volare alto oggi, lo ha fatto Dostoevskij ne “I fratelli Karamazov”, dove mette al centro del romanzo un episodio della sua vita passata, una sorta di parricidio indiretto che lo ha tormentato fino alla fine dei suoi giorni.
E’ questo, forse, il leit motiv meta-letterario del mio romanzo, che ne è anche, se si vuole, l’intento pedagogico: l’idea della scrittura come terapia. Una scrittura, quindi, che, nel mio caso specifico e, credo, anche nei casi più illustri su citati, nasce dall’urgenza febbrile di raccontare per tirare fuori, per dare senso, per – rimanendo sull’immagine dell’incubo – accendere la luce su qualcosa che, altrimenti, rimarrebbe inquietante, perturbante nel buio delle viscere.
Scrivere, così la vedo io, per…congedarsi. Congedarsi da un magma di emozioni passate che, modellato e “raffreddato” dentro una storia (beninteso, una tra le tante), trova una forma, un senso (di nuovo, uno tra i tanti) e, forse, requie. Un magma che, attraverso la scrittura, smette di bruciare e ti lascia libero di andare altrove…non necessariamente verso la felicità, ma altrove, verso altre storie, magari di nuovo verso la stessa, a dargli un altro senso ancora, comunque verso dove tu “scegli” di andare. Perché è vero, non si può scegliere il punto di partenza e neanche il punto di arrivo, ma la scelta della strada spetta soltanto a noi –anche se a volte, lo dico soprattutto al siciliano che è in me, è comodo pensare che non sia così.
La scrittura, autobiografica non nel senso della veridicità dei fatti raccontati, ma delle emozioni che ci stanno dentro (perchè si può scrivere in modo autentico anche di asini che volano!) è un modo, faticoso come è giusto che sia, per esercitare la nostra libertà di scelta su noi stessi. Cosi è, ovviamente, se vi pare.
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