di Carmela Crisafi
Con il romanzo “Sopravvissuti a una notte di ghiaccio”edito da Giovane Holden editore, esordisce nel mondo della letteratura Giuseppe Scuderi, catanese laureato in psicologia. Protagonista del romanzo è Giovanni, Giò come lo chiamano tutti o Giovannino come lo chiamava la madre, un professore di filosofia che, ormai anziano, affida alla scrittura le sue memorie.
D.: Come nasce il romanzo?
R.: Il romanzo nasce da un racconto poi diventato la prima parte del libro. Il racconto trae spunto da un’esperienza realmente vissuta da bambino e da qui il bisogno di liberarsene attraverso la scrittura. Nasce quindi dallo“stomaco” dalla voglia di metabolizzare una storia non vissuta.
D.: Perché hai deciso di inviare il romanzo al con-
corso letterario “Giovane Holden”?
R.: L’idea di partecipare al concorso è nata semplicemente dalla voglia di mettersi alla prova.
D.: Quanto di Giuseppe Scuderi c’è nel romanzo?
R.: Nulla e tanto. C’è molto di me ma, come persona, spero di andare oltre gli episodi del romanzo, oltre il libro… andare avanti. Non c’è una simpatia per un personaggio in particolare, forse mi nascondo un po’ dietro Nicola, perché rappresenta la coscienza critica.
D.: Stai già pensando ad un altro romanzo?
R.: Sì, ma sarà differente. Intento dare una dimensione sociale più ampia, calata maggiormente nella realtà. Non più sfondo ma realtà-personaggio.
Il romanzo ha inizio dagli anni dell’infanzia, quando Giò aveva quattro anni ed era un bambino spensierato con il suo elefantino portafortuna disegnato sul costume, con le comuni fobie e una vecchina che in sogno turbava la sua tranquillità. Trascorrono gli anni, Giò diventa adolescente e come tutti i ragazzi della sua età vive le delusioni dei sogni infranti e ogni evento grande o piccolo che sia “sembra condurti fino al cielo” anche la pista dell’aeroporto o la poesia che diventa il nuovo talismano e lo strumento per evadere da una realtà che non piace. Diventato adulto, il protagonista si scontra con una realtà che non aveva sognato: la tormentata storia d’amore con la moglie, l’incomunicabilità con il figlio e altri difficili eventi porteranno l’ormai anziano professore a fare un bilancio della sua vita per trovare un “Senso”. Affiderà questo compito alla scrittura, anche su consiglio di Nicola, l’amico dell’adolescenza e lo psicologo on-line. La scrittura assume quindi una funzione catartica, che è anche un elemento costitutivo del romanzo introspettivo e di formazione, scavo interiore nell’animo dei personaggi come chiave di lettura nel tentativo di cogliere il significato dell’esistenza. Attraverso la poesia l’autore “raccoglie le parole abbandonate dentro di lui e dà loro una casa”. Elemento determinante, dall’infanzia all’età adulta, è la figura femminile rappresentata in primo luogo dalla madre “con il vestito a fiori viola e verdi che fa profumo di buono”, con la quale sembra tradire un rapporto edipico. Le altre due donne presenti nel romanzo segneranno il cammino di crescita di Giò: Lene rappresenta l’attesa, il sogno infranto dell’adolescenza, mentre Caterina la speranza e l’amore maturo. Ma la vita non è una linea retta e spesso non è neanche quella che si sceglie di vivere e di fronte a eventi come la morte, la razionalita-irrazionalità Hegel-Kierkegaard risultano incomprensibili a Giò e ai suoi amici. La morte, come l’amicizia, l’amore, il sesso e altri elementi sono costanti all’interno del romanzo e, come anelli, disegnano cerchi concentrici donando alla storia circolarità. L’abbandono diventa così sinonimo di morte, ma c’è sempre la speranza che si materializza nell’acqua, che assume il ruolo di elemento purificatore o di ritorno al grembo materno. Determinante è inoltre il tempo dell’introspezione rappresentato nel romanzo di Scuderi dalla notte, sarà infatti la notte lo scenario di eventi “forti” nella vita di Giò. Sopravvivere quindi ad una notte di ghiaccio è la continua battaglia vissuta dal protagonista. Ci si chiede allora se “la vera rivoluzione non stia forse nel vivere semplicemente la Normalità”. “Perché temo che ti possa far male sentire che la vita nella sua semplicità possa essere bella” (S. Kierkegaard). In questa massima si coglie infatti l’essenza del romanzo di Giuseppe Scuderi, nel quale vi è anche un intento pedagogico-didattico. L’autore, attraverso uno stile spigoloso e nervoso nella prima parte, maturo e scorrevole nella seconda, esprime il cammino di crescita di un uomo che è stato bambino, ragazzo, professore e padre, un cammino che dura tutta la vita e che probabilmente non ha mai fine.
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