mercoledì 5 maggio 2010

INCIPIT...

Ho fatto un brutto sogno.

Correvo sulla stradina condominiale, andando verso casa. Ero scalzo, nudo. Correvo, con tutte quelle pietruzze minuscole sul terreno che mi si appiccicavano sotto i piedi. Ma non m’importava. Dovevo correre. Scappare. La vecchina camminava pianoverso di me. Era tranquilla, sicura di raggiungermi. E rideva come ridono i pazzi di quel film di ieri sera in TV. Mi giravo a guardarla. Si faceva sempre più vicina. Allora correvo più

forte, fino a sentire dolore alle gambe, come quando faccio le gare di corsa col mio amico Franz. Correvo, e sudavo, ma rimanevo sempre nello stesso punto. La vecchina ormai era a un passo. La sua risata era un coltello affilato che mi feriva le orecchie. Mi voltavo a guardarla ancora. Non aveva più né gli occhi né la bocca. Solo tre buchi neri da cui uscivano vermi schifosi, molli e viscidi. Volevo urlare, ci provavo con tutta la forza, ma la mia voce non faceva rumore. Urlavo ed ero muto. Come quei pesci rossi nei sacchetti di plastica, quella volta che Papà ci ha portato al luna park.

Mi sono svegliato tutto sudato. Il cuore mi batteva fortissimo. Era ancora notte fonda. Antonio, il mio Fratellone, russava nel suo letto. Lui è grande ormai, non fa più brutti sogni. Sono andato a svegliare Mamma. Non si è arrabbiata. Mi ha asciugato la fronte sudata e mi ha cullato tra le sue braccia ancora calde di sonno. Poi mi ha detto che sono il suo piccolo amore, e di non aver paura, che non esistono vecchine che sputano vermi dagli occhi e dalla bocca per spaventare i bambini. Le ho creduto, ma ho voluto lo stesso dormire con lei nel lettone per il resto della notte.

E poi a Mamma non piace dormire da sola, lo dice sempre a Papà. Papà è partito per un altro viaggio di lavoro al Nord. Mamma si è arrabbiata con lui perché dice che è come se non fosse sposata. Papà le ha risposto che anche lui vorrebbe non essere sposato. Poi ha riso. Mamma voleva ridere pure lei, ma si è trattenuta. Dice che non si può sempre ridere, come fa Papà. Appunto, ha detto Papà, non campiamo d’aria. E no, non potrà tornare prima di dopodomani.

Così ho fatto compagnia a Mamma. Nel lettone c’era tanto spazio, non siamo stati stretti come quando c’è anche Papà.


Ora è mattina. Fuori c’è il sole. La notte è lontana e io sono felice. Tra poco andrò nella piscina condominiale a fare il bagno con Antonio. Lo aspetto qui, seduto sulla sedia alta della cucina coi piedi penzoloni, già lavato e vestito. Con l’accappatoio giallo e le ciabattine che mi ha comprato Mamma. E il costumino nero con l’elefantino portafortuna che le piace tanto. Che piace tanto anche a me. Io sono fortunato, dice sempre Papà, perché sono nato nel 1982, l’anno in cui l’Italia ha vinto i mondiali di calcio per la terza volta. Nessuno può scordarsi il 1982, dice Papà, ci sono cose che ti restano impresse nella memoria per tutta la vita. E lui quel gol di Tardelli lo sogna ancora adesso, almeno una volta al

mese.

Aspetto Antonio, non mi importa quanto. È così bello guardare Mamma quando si muove tra i fornelli! Indossa il vestito di casa, quello a fiori viola e verdi che profuma di buono, con sopra il grembiule rosso da cucina, e le pantofole bianche, quelle leggere, ai piedi. E tiene i capelli raccolti in una lunga coda di cavallo. È bellissima. Si muove a destra e a sinistra con sicurezza, regola il fuoco dei fornelli, apre gli sportelli, prende il cucchiaio di legno e assaggia il sugo dalla pentola, aggiunge un po’ di sale. Mamma, in cucina, sa sempre dove andare e cosa fare. Forse c’è un angelo che le suggerisce all’orecchio le cose giuste, come ha fatto con noi la maestra Adele alla recita di Natale. La guardo senza dire una parola. Non voglio disturbarla, ho paura che qualsiasi cosa dica possa non farle sentire i preziosi suggerimenti del suo angelo. Che possa farle sbagliare un movimento, commettere un errore. Me lo dice tante volte: non mi parlare nelle mani, tesoro. No, non voglio disturbarla. Ma spero sempre che, dopo aver riposto quella tazza o asciugato quel piatto, si accorga che sono lì, che ho bisogno di una Carezza, di uno Sguardo, di un Bacio. E sempre, prima o poi, Mamma viene verso di me, mi regala la Carezza, lo Sguardo, il Bacio che desidero e riparte al lavoro. Forse l’angelo le suggerisce pure questo, non so. So solo che basta il tocco della sua mano e il mio corpo, come per magia, si riempie di calore, e la bocca sorride di piacere, come quando la domenica sera entro nella vasca da bagno fumante e piena di schiuma.

Anche Nunzia, mentre aiuta Mamma a preparare il pranzo, viene ogni tanto a darmi un buffetto sulla guancia. Dal tocco di Nunzia, però, non ricevo alcun calore. Sarà forse per la cicatrice che ha sulla guancia sinistra. La vita difficile che ha avuto prima di venire a lavorare da noi, come dice Papà. Non posso fare a meno di fissarlo, quel taglio profondo che le rovina il sorriso, quando mi sorride. Povera Nunzia, nessuna cicatrice dovrebbe rovinare il Sorriso di nessuno.

Nunzia è più giovane di Mamma, ma sembra più vecchia. È più bassa, ha i capelli ricci come quei neri della TV, le gambe corte e grosse. In casa nostra, non si muove sicura come Mamma, né in cucina, né da nessuna parte. Esita sempre. Forse anche lei è aiutata da un angelo, solo che è un angelo severo, e Nunzia deve chiedergli permesso per fare qualsiasi cosa. Pure per spolverare un mobile del salotto o rifare il mio lettino. Oppure è solo che Nunzia è la ‘collaboratrice domestica’, che questa non è casa sua. Forse, a casa sua, anche lei si muove sicura come Mamma. Forse a casa sua anche lei è bella. Non so. Ecco che scende Antonio. Indossa l’accappatoio blu, le ciabatte blu e il costume blu a strisce bianche che gli ha comprato Papà in un grande negozio di sport,durante il suo ultimo viaggio al Nord. Un bel completo per la piscina. A me ha comprato le stesse cose, ma dice che potrò metterle solo quando farò l’ometto e toglierò i braccioli per fare il bagno. Gli ho promesso che li toglierò dopo l’estate, che andrò con Antonio a fare il Nuoto perché, come dice il nostro pediatra, è lo sport più com-

pleto di tutti e fa crescere i bambini sani e forti. Starai attento a tuo fratello,Anto? Sì mamma. Ho chiamato

la signora Maimone, mi ha detto che sarà in piscina anche lei. Vi darà un occhio, e se doveste avere bisogno di qualcosa potrete… Va bene mamma.

Antonio risponde con la voce spenta, meccanica come quei robot cattivi dei cartoni. Non sembra interessato a ciò che dice

Mamma. Mi raccomando Giovannino, fai il bravo. Dai un bacio a Mamma. E fai il bagno con tutti e due i braccioli! Sì, mammina! Mamma ci mette su il cappuccio dell’accappatoio e ci accompagna alla porta. Poi ripete tutto quanto ci aveva già detto. Antonio sbuffa e si abbassa il cappuccio. Mamma ci segue con lo sguardo fino al cancelletto di casa.Dai la mano a tuo fratello, dice ad Antonio. Antonio sbuffa ancora e mi dà la mano, ma io so che la lascerà non appena Mamma tornerà in casa. Non vuole farsi vedere dagli amici che mi dà la mano. Lui è grande. A settembre farà la prima media!


(...CONTINUA...)


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